Un racconto firmato Il Sole 24 Ore e pensato per TIM Enterprise
Per anni il dibattito sulla Sovranità Digitale si è concentrato sulla localizzazione dei dati, sulla collocazione delle infrastrutture e sui confini giuridici entro cui vengono custodite le informazioni. Data center situati in Italia o in Europa, sistemi soggetti a normative conosciute e infrastrutture collocate all’interno di perimetri ritenuti più sicuri hanno rappresentato a lungo i principali criteri di valutazione.
L’affermazione del cloud, la diffusione di architetture ibride e multi-cloud, la crescita dell’intelligenza artificiale e il complesso contesto geopolitico hanno progressivamente ampliato il quadro. Oggi l’attenzione si concentra sull’accesso ai dati, sulla governance delle infrastrutture che li custodiscono e sul grado di autonomia con cui le organizzazioni possono guidare la propria evoluzione tecnologica.
È da questa consapevolezza che prende forma il nuovo percorso editoriale costruito da Il Sole 24 Ore insieme a TIM Enterprise, immaginato come un secondo capitolo rispetto al Super Dossier del 2025. Il racconto, destinato a svilupparsi nei prossimi mesi, affronta la Sovranità Digitale nella sua dimensione più concreta, là dove sicurezza, governance, continuità operativa e innovazione concorrono a definire il controllo effettivo delle infrastrutture.
Tre sono i pilastri attorno a cui si sviluppa la riflessione: il controllo delle chiavi crittografiche, la gestione degli accessi privilegiati e la collaborazione con gli hyperscaler globali.
Le nuove coordinate della Sovranità Digitale
Tra i temi che stanno ridefinendo la Sovranità Digitale, la crittografia occupa oggi una posizione centrale. Nell’era del cloud, infatti, il controllo delle informazioni dipende sempre più dalle chiavi crittografiche che ne consentono la decifratura e l’utilizzo: un elemento decisivo per stabilire chi può leggere, gestire e proteggere i dati.
Da questa esigenza sono nati diversi modelli di gestione delle chiavi: nel cloud tradizionale è il provider a custodirle e amministrarle; con il modello BYOK (Bring Your Own Key) le aziende mantengono il controllo della chiave, che viene utilizzata all’interno dell’infrastruttura cloud del provider; con il modello HYOK (Hold Your Own Key), invece, le chiavi restano fuori dal perimetro del provider e sono conservate sotto il controllo diretto dell’organizzazione o di un soggetto indipendente.
Una differenza che va oltre gli aspetti tecnologici. Con la crescente attenzione ai temi della sicurezza e della giurisdizione, è emerso infatti come la collocazione fisica dei dati racconti solo una parte della storia. A fare la differenza sono anche le regole a cui risponde chi custodisce gli strumenti che permettono di accedervi, un tema reso ancora più attuale da normative come il CLOUD Act statunitense.
È in questo contesto che si inserisce l’approccio di TIM Enterprise, basato sulla separazione tra l’utilizzo delle piattaforme cloud e la gestione delle chiavi crittografiche. In base alle singole esigenze, le organizzazioni possono continuare a sfruttare la capacità di innovazione degli hyperscaler internazionali, dai servizi di calcolo alle applicazioni di intelligenza artificiale, mantenendo al tempo stesso la custodia delle chiavi all’interno di un perimetro italiano ed europeo. Un modello pensato per coniugare innovazione, protezione delle informazioni e controllo sul patrimonio digitale.
Se le chiavi definiscono la possibilità di leggere i dati, gli accessi privilegiati determinano chi può intervenire sui sistemi che li custodiscono: è questo il secondo grande tema affrontato dal Super Dossier firmato Il Sole 24 Ore.
Anche in presenza di dati localizzati in Europa e protetti da sistemi di cifratura avanzati, la governance delle piattaforme resta un fattore decisivo. Chi amministra le infrastrutture? Chi può modificare configurazioni, aggiornare sistemi, intervenire in caso di emergenza o accedere alle componenti più sensibili degli ambienti digitali?
La governance degli accessi richiede procedure strutturate, autorizzazioni limitate nel tempo, monitoraggio continuo delle attività e una chiara separazione delle responsabilità: ogni intervento deve poter essere autorizzato, tracciato e verificato, soprattutto quando riguarda infrastrutture critiche o servizi essenziali.
Su questo fronte TIM Enterprise consente di autorizzare, monitorare e tracciare gli interventi sui sistemi attraverso procedure strutturate, offrendo alle organizzazioni maggiore visibilità e controllo sulle attività più critiche, insieme a un rigoroso modello operativo basato su team presenti sul territorio nazionale e soggetti al diritto italiano: una caratteristica particolarmente rilevante per le organizzazioni chiamate a confrontarsi con requisiti normativi sempre più stringenti, come quelli introdotti dalla NIS2 e dal regolamento DORA.
La capacità di garantire continuità operativa e l'esperienza maturata nella gestione di infrastrutture critiche per imprese, pubbliche amministrazioni e settori regolamentati rafforzano una visione che considera sicurezza, governance e affidabilità come elementi strettamente connessi.
Il terzo pilastro intorno a cui ruota questa prima parte della riflessione de Il Sole 24 Ore riguarda il rapporto con i grandi operatori globali del cloud. AWS, Microsoft Azure, Google Cloud e Oracle Cloud rappresentano oggi un motore fondamentale dell’innovazione digitale e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Le loro piattaforme sono diventate strumenti essenziali per imprese e pubbliche amministrazioni che cercano scalabilità, potenza di calcolo e rapidità nell’introduzione di nuovi servizi. La sfida consiste nel valorizzare queste tecnologie all’interno di architetture capaci di preservare controllo, interoperabilità e autonomia decisionale. È qui che entra in gioco il concetto di cloud de-risking: progettare ambienti ibridi e multi-cloud in grado di ridurre il rischio di vendor lock-in e mantenere aperta la possibilità di evolvere, integrare o sostituire componenti infrastrutturali quando necessario.
Standard aperti, software open source e architetture multi-cloud aiutano le organizzazioni a mantenere flessibilità e libertà di scelta nel tempo, evitando dipendenze da un singolo fornitore. TIM Enterprise si propone infatti come orchestratore di ecosistemi cloud eterogenei, combinando infrastrutture sovrane e tecnologie dei principali hyperscaler per collocare ogni applicazione nell'ambiente più adatto.
Custodire il patrimonio informativo dell’Italia e potenziarne la capacità innovativa: la sfida di TIM Enterprise
Osservate insieme, queste tre tematiche raccontano l’evoluzione di un concetto destinato a diventare sempre più centrale nelle strategie di imprese e istituzioni. Cloud, intelligenza artificiale, gestione del dato e cybersicurezza non sono più ambiti separati, ma componenti di un’unica strategia: dalle piattaforme cloud e multi-cloud alla cybersecurity, dalla protezione dei dati alla gestione delle infrastrutture critiche, oggi le organizzazioni hanno bisogno di strumenti che consentano di accelerare l’innovazione mantenendo elevati livelli di affidabilità e controllo.
Si muove su questa traiettoria l’offerta integrata di TIM Enterprise, progettata per accompagnare imprese e pubbliche amministrazioni nella trasformazione digitale. Per queste ultime, infatti, la scelta dell’ambiente più adatto parte dall’analisi dei workload: ogni applicazione viene valutata in base alla sua criticità, alla sensibilità dei dati che gestisce e alle funzionalità di cui ha bisogno.
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